Perché alcune persone scelgono professioni rischiose e ad alto stress, secondo la psicologia?

Hai presente quella tua amica che ha mollato un lavoro tranquillo in ufficio per diventare paramedico del 118? O quel conoscente che ha deciso di fare lo psicologo specializzato in traumi, affrontando ogni giorno storie che ti spezzerebbero il cuore solo a sentirle? Magari ti sei chiesto: “Ma come fanno? Io non ce la farei mai”. Ecco, preparati perché la risposta della psicologia potrebbe sorprenderti: non si tratta solo di persone coraggiose o in cerca di adrenalina. C’è qualcosa di molto più complesso e affascinante sotto la superficie.

La verità è che chi sceglie professioni ad alto rischio emotivo o fisico possiede una combinazione particolare di tratti psicologici che va ben oltre il semplice “gusto del rischio”. E no, non parliamo solo di pompieri o piloti di aerei da combattimento. Le professioni davvero stressanti includono anche quelle che non ti aspetteresti: psicologi, assistenti sociali, operatori delle forze dell’ordine, medici d’emergenza e persino insegnanti in contesti difficili.

Non è solo questione di adrenalina: ecco cosa dice davvero la ricerca

Quando pensiamo a chi sceglie carriere rischiose, la prima cosa che ci viene in mente è l’immagine dell’avventuriero in cerca di emozioni forti. Ma gli studi di psicologia occupazionale raccontano una storia diversa e molto più sfumata. Le ricerche condotte fin dagli anni ’70 hanno svelato che molte persone attratte da questi lavori sono spinte da motivazioni profonde e complesse, spesso radicate in bisogni psicologici specifici.

Un concetto chiave è quello della Sensation Seeking elaborato da Marvin Zuckerman. Questa teoria identifica un tratto di personalità che porta alcune persone a ricercare esperienze intense, variegate e complesse, anche quando comportano rischi fisici o sociali. Ma attenzione: non stiamo parlando di incoscienza o di persone che ignorano il pericolo. Al contrario, chi ha alti livelli di sensation seeking tende ad avere una percezione del rischio diversa, più calibrata, quasi come se il loro cervello fosse “tarato” per gestire situazioni che altri troverebbero paralizzanti.

Il paradosso dell’ottimismo

Ecco dove le cose si fanno davvero interessanti. L’ottimismo disposizionale di Scheier e Carver rappresenta la tendenza stabile a credere che ci capiteranno più cose positive che negative. Questo ottimismo disposizionale si riferisce a un’aspettativa generale stabile che i risultati positivi siano più probabili di quelli negativi. Nelle professioni ad alto rischio, questo si traduce in una valutazione del pericolo più positiva.

Cosa significa? Che chi sceglie queste carriere spesso pensa: “Sì, capisco che questo lavoro è stressante e pericoloso, ma io ce la farò. Io sono diverso”. Non è arroganza, è proprio un modo differente in cui il loro cervello valuta le probabilità. Studi successivi hanno dimostrato che questo tipo di ottimismo può essere funzionale: permette di agire in situazioni dove l’ansia paralizzante bloccherebbe chiunque altro. È come avere un filtro mentale che dice “posso farcela” anche quando gli indicatori oggettivi suggerirebbero di scappare a gambe levate.

Le professioni di aiuto: quando il rischio è emotivo

Ora facciamo un salto interessante. Potresti pensare che chirurghi d’emergenza e psicologi che lavorano con vittime di traumi siano mondi diversi dai paracadutisti o dagli artificieri. Invece, la psicologia occupazionale ha scoperto che condividono molti pattern comuni nella scelta professionale. Studi recenti sull’esposizione indiretta ai traumi hanno evidenziato come professionisti come psicologi, forze dell’ordine e operatori di soccorso siano costantemente esposti a quello che viene chiamato trauma vicario: l’impatto psicologico derivante dall’ascolto ripetuto di esperienze traumatiche altrui.

Questi professionisti non affrontano esplosioni o incendi, ma sono sottoposti a una forma di stress cronico che può essere altrettanto devastante. Eppure continuano a scegliere queste carriere. Perché? Gli studi hanno delineato un profilo psicologico specifico: persone con alta motivazione intrinseca, spinte non da ricompense esterne ma da un senso profondo di scopo e significato. La ricerca ha dimostrato che gli psicoterapeuti sperimentano alti livelli di stress dovuti al coinvolgimento emotivo, che portano al burnout, ma è proprio la motivazione intrinseca a sostenerli.

L’abnegazione come motivazione nascosta

Le ricerche sulla psicologia delle professioni di aiuto hanno rivelato qualcosa di sorprendente: molte persone che scelgono carriere come assistente sociale, psicologo o infermiere in reparti critici partono da una motivazione che potrebbe definirsi di eccessiva abnegazione. Alcune di queste scelte professionali nascono da bisogni inconsci di “salvare” gli altri, che possono riflettere dinamiche personali irrisolte.

Non fraintendere: questo non significa che chi fa questi lavori abbia “qualcosa che non va”. Significa semplicemente che la motivazione iniziale può essere complessa, intrecciata con la propria storia personale. Col tempo, però, questi professionisti sviluppano qualcosa di ancora più interessante: una tolleranza all’incertezza e alla pressione emotiva che diventa quasi una seconda natura.

Gestire l’ansia in modo funzionale: il superpotere nascosto

Qui arriviamo a uno degli aspetti più controintuitivi dell’intera questione. Potresti pensare che chi lavora in professioni ad alto stress semplicemente “non prova ansia”. Sbagliato. La provano eccome, ma hanno sviluppato quella che i ricercatori chiamano una gestione funzionale dell’ansia.

Cosa significa? Che invece di essere paralizzati o sopraffatti dall’ansia, queste persone riescono a incanalarla in modo produttivo. L’ansia diventa un segnale di allerta che aumenta la concentrazione, non un nemico che blocca l’azione. È un po’ come trasformare il carburante della paura in energia per la performance. I professionisti ad alto rischio usano l’ansia come un potenziatore delle prestazioni attraverso strategie di coping adattive sviluppate con l’esperienza.

Ricerca italiana ha identificato medici, psicologi e insegnanti come categorie particolarmente esposte proprio per queste dinamiche di aiuto continue, con rischi di burnout elevati. Uno studio su operatori sanitari italiani durante il COVID-19 ha rilevato che il 32% degli intervistati ha riferito significativi livelli di esaurimento emotivo.

Il bisogno di stimolazione: quando la routine è il vero nemico

Torniamo alla teoria della Sensation Seeking. Uno degli aspetti meno compresi di chi sceglie professioni ad alto stress è che spesso queste persone non stanno cercando il pericolo in sé: stanno fuggendo dalla noia. Può sembrare strano, ma per alcuni profili psicologici, un lavoro ripetitivo e prevedibile rappresenta una forma di sofferenza più intensa dello stress acuto.

Il bisogno di stimolazione è un tratto di personalità documentato che rende alcune persone letteralmente incapaci di tollerare ambienti monotoni. Per loro, la variabilità, l’imprevisto e anche la pressione rappresentano fonti di stimolazione necessarie per il benessere psicologico. È come se il loro cervello avesse bisogno di un certo livello di “rumore di fondo” per funzionare al meglio. Chi ha bassa sensation seeking preferisce la routine, mentre chi ha alta sensation seeking prospera nella variabilità per evitare la noia.

Qual è il principale tratto comune queste professioni?
Sensation Seeking
Ottimismo Disposizionale
Trauma Vicario
Gestione Funzionale dell'Ansia

Questo spiega perché molti professionisti di pronto soccorso, per esempio, descrivono i turni tranquilli come più stressanti di quelli intensi. L’attesa dell’emergenza, la mancanza di stimoli, può generare più disagio della gestione dell’emergenza stessa. Non è masochismo, è semplicemente un diverso cablaggio neurologico che rende certe persone più adatte a contesti dinamici e imprevedibili.

Tolleranza all’incertezza: il fattore X

Collegato al bisogno di stimolazione c’è un altro tratto fondamentale: la tolleranza all’ambiguità e all’incertezza. Mentre la maggior parte delle persone cerca stabilità e prevedibilità, chi gravita verso professioni ad alto stress tende ad avere una soglia molto più alta di tolleranza per situazioni indefinite o in evoluzione rapida.

Pensaci: un paramedico del 118 non sa mai cosa troverà arrivando sulla scena. Uno psicologo che lavora con traumi non può prevedere come reagirà un paziente in una determinata seduta. Un assistente sociale deve navigare continuamente in situazioni familiari complesse dove non esistono soluzioni giuste o sbagliate in assoluto. Per alcune persone questo sarebbe un incubo quotidiano. Per altre, è esattamente l’ambiente in cui danno il meglio.

Passione autentica o schema compensatorio? Come distinguerli

Ora arriviamo alla domanda da un milione di dollari: come capire se la propria attrazione verso una professione ad alto stress nasce da una genuina vocazione o da schemi psicologici compensatori? Gli studi sulle motivazioni professionali nelle carriere di aiuto suggeriscono alcuni indicatori.

Se la motivazione è autentica, tenderai a sperimentare quello che viene chiamato flow anche nelle situazioni più intense: quel senso di immersione totale dove perdi la cognizione del tempo e ti senti completamente assorbito da ciò che fai. Se invece la scelta è compensatoria, probabilmente noterai un pattern ricorrente: ti senti indispensabile, hai difficoltà a delegare, provi un senso di vuoto quando non sei in modalità “crisi” e potresti avere la tendenza a identificarti completamente con il tuo ruolo professionale.

Le ricerche sul burnout hanno evidenziato che chi parte da motivazioni compensatorie tende a sviluppare esaurimento emotivo più rapidamente, proprio perché il lavoro sta riempiendo un vuoto psicologico piuttosto che esprimere un’inclinazione naturale. Non è un giudizio morale: è semplicemente importante riconoscere la differenza per proteggere il proprio benessere nel lungo periodo.

Il lato oscuro: quando l’alta tolleranza allo stress diventa un problema

Qui c’è un paradosso interessante che emerge dalla letteratura scientifica sulle professioni ad alto rischio: le stesse caratteristiche che rendono qualcuno perfetto per questi lavori possono diventare i suoi peggiori nemici. Studi sul trauma vicario hanno evidenziato come professionisti esposti cronicamente a stress estremo spesso non riconoscono i propri limiti finché non è troppo tardi.

Perché? Perché la loro alta tolleranza allo stress funziona come una coperta insonorizzante: smorzano i segnali di allarme del proprio corpo e della propria psiche finché il burnout non li colpisce in modo devastante. È come avere un termostato difettoso che ti fa accorgere del surriscaldamento solo quando sei già a 40 gradi di febbre.

Gli studi sullo stress negli psicologi hanno documentato questo pattern: professionisti che per anni gestivano brillantemente pressioni enormes improvvisamente crollavano, spesso senza segnali premonitori evidenti per gli altri, perché loro stessi li avevano ignorati sistematicamente.

Cosa significa tutto questo per te

Se ti riconosci in questa descrizione, o se stai considerando una carriera ad alto stress, ci sono alcune consapevolezze preziose che emergono da decenni di ricerca psicologica. Prima di tutto: non tutti sono fatti per questi lavori, e va benissimo così. La società ha bisogno tanto di chi affronta emergenze quanto di chi porta stabilità e routine. Non è una questione di coraggio o valore, ma di compatibilità tra personalità e ambiente professionale.

Secondo: se hai i tratti psicologici che ti predispongono a queste carriere, è fondamentale sviluppare parallelamente una pratica di automonitoraggio. Le ricerche sulle professioni di aiuto sono unanimi su questo punto: i professionisti più longevi e soddisfatti sono quelli che combinano alta tolleranza allo stress con rituali regolari di decompressione e supervisione. Riconoscono che anche i superpoteri hanno bisogno di manutenzione.

Terzo, e forse più importante: interrogati onestamente sulle tue motivazioni. Stai scegliendo questa strada perché senti una genuina chiamata, o stai cercando di risolvere attraverso il lavoro qualcosa di irrisolto nella tua storia personale? Non c’è una risposta sbagliata, ma la consapevolezza fa tutta la differenza nel prevenire l’esaurimento e nel costruire una carriera sostenibile.

Quello che la psicologia ci insegna davvero

Alla fine, quello che la psicologia ci rivela sulle persone che scelgono professioni ad alto stress è qualcosa di profondamente umano: la diversità nei modi di stare al mondo. Mentre alcuni di noi trovano sicurezza nella routine, altri la trovano nella sfida. Mentre alcuni rifuggono l’incertezza, altri ci nuotano dentro come pesci nell’acqua.

Non si tratta di essere migliori o peggiori, più o meno coraggiosi. Si tratta di riconoscere che esistono profili psicologici diversi, ognuno con i propri punti di forza e vulnerabilità. Chi ha alta sensation seeking, ottimismo disposizionale e tolleranza all’incertezza non è “speciale” in senso assoluto: è semplicemente diversamente cablato, con vantaggi evidenti in certi contesti e svantaggi in altri.

La bellezza di questa comprensione psicologica è che ci libera dai giudizi. Il paramedico che corre verso l’emergenza non è necessariamente più valoroso dell’impiegato che costruisce stabilità attraverso routine precise. Sono entrambi risposte adattive a bisogni psicologici diversi, espressioni di temperamenti complementari che una società complessa richiede.

Quindi la prossima volta che qualcuno ti chiederà “ma come fai a fare questo lavoro?”, che tu sia dall’una o dall’altra parte della domanda, ricordati che la risposta vera non sta nel coraggio o nella paura, ma in un intricato insieme di tratti di personalità, motivazioni profonde e capacità di gestione emotiva che la psicologia continua a scoprire. Siamo tutti diversi, e questo non è solo normale: è necessario.

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